A corto di emozioni
“Siamo non solo a corto di idee, ma persino di emozioni. Deboli fantasie si formano nella nostra mente, e nessun fiato le agita, le gonfia, le fa vivere. Ci stiamo abituando a tutto. Ciò che succede è quanto possiamo ripetere, non ci serve altro.”
Altra citazione da Ennio Flaiano, scrittore ahimè poco noto, ma che già 60 anni fa aveva capito verso quale direzione ci stava e ci sta portando la società o, meglio, chi ha il potere.
Negli ultimi decenni, tra televisione e giornali, si è sempre cercato di colpire lo spettatore/lettore, di emozionarlo. Ciò che crea emozione è infatti, come sostiene Manfredi, quel che cattura l’attenzione poiché coinvolge, ci fa dimenticare per un attimo il nostro Io per farci sentire parte di un Noi collettivo dove la tragedia di una persona diviene la tragedia di ciascuno.
Questo è abbastanza accettabile finché si tratta di finzioni, di film o programmi televisivi, tuttavia cosa dire di quando la cronaca diventa fiction? La gente segue col fiato sospeso le indagini condotte dalla polizia, legge i quotidiani ma non le importano i fatti dell’omicidio, bensì la vita privata della vittima, le sue abitudini, le sue passioni, le sue aspirazioni, i suoi pregi e i suoi difetti. Questo tuttavia non basta, si vuole di più, vogliamo conoscere i suoi parenti, i suoi amici, il fornaio che le ha venduto una brioche prima della scomparsa, vogliamo le foto di quando era giovane, di quando era sul posto di lavoro e delle ultime vacanze.
Perché tutto questo? Perché un libro giallo, seppure di un eccellente autore, è meno interessante di un delitto compiuto? Perché siamo così assetati di notizie reali? Perché non ci basta sapere che una persona è morta e poi, in seguito, sapere chi è stato il colpevole? Perché vogliamo seguire col fiato corto le indagini? Per mancanza di emozioni. Per mancanza di fantasia.
A mio avviso molti uomini hanno perso la capacità di immaginare, di leggere un libro e considerarlo vero, benché invenzione dello scrittore. Una storia inventata ha forse meno valore di una realmente accaduta? Io dico di no, poiché accoglie comunque in sé i sentimenti e le passioni che albergano in ogni persona; poco importa il fatto, quel che conta è la sostanza, la ragione che ha messo in moto determinati eventi. Quando gli uomini erano in grado di accettare per vero, quanto invece ideato da un autore, per quel lasso di tempo necessario a lasciarsi emozionare, allora l’interesse per i delitti reali era meno morboso.
Oggi giorno, invece, l’Italia è popolata da tanti San Tommaso che non credono più alle fiabe, ma solo a ciò che è reale, unicamente ciò che è tangibile ha valore, per cui è capace di farsi emozionare solo da delitti veri. E cosa si intende per “veri”? Basta avere un cadavere reale? No, si vogliono i dettagli, si vuole sapere tutto, vogliamo in un certo senso assicurarsi che la vittima fosse una persona normale, come tutti noi. E perché questo?
L’unica risposta che sono riuscita a darmi è la seguente: si cerca la normalità dell’ucciso perché si vuole essere certi della malvagità del colpevole. Se, infatti, si venissero a scoprire dettagli loschi sulla vita del morto, allora si potrebbe anche iniziare a pensare che l’assassino avesse le sue buone ragioni, che la vittima se l’era andata a cercare, che, anzi, forse si meritava quella fine. Se, invece, siamo certi della purezza, limpidezza della vita della vittima, allora possiamo scagliarci senza preoccupazione in ingiurie e le più basse espressioni d’odio verso lo sciagurato assassino.
Leggendo molti commenti sui quotidiani online o sui social network, mi sono stupita e anche spaventata nel leggere di quanto odio, ira e violenza sono capaci gli “innocenti” che spesso si dimostrano più efferati dei colpevoli. Spesso non si tratta di invocare la giustizia, bensì una vendetta (sarà che agli uomini manca la medievale caccia alle streghe con le torce e i forconi). Perché tanta violenza?
Una volta ritenevo che l’accanirsi, anche solo a parole, contro un delinquente, fosse una pura forma di laica assoluzione di sé stessi: il sapere che c’è gente ben peggiore di noi, ci fa essere più tolleranti verso le nostre mancanze, ci fa sentire meno imperfetti e meschini. Ultimamente penso che sia anche un modo per sfogare legalmente la nostra violenza interiore che continuamente reprimiamo (non sto dicendo che bisognerebbe lasciarsi andare all’ira, bensì evitarla, ma non andiamo fuori tema). Tutta l’euforia per la morte di Bin Laden è esplosa non perché ci si sentisse realmente al sicuro, ma perché ogni persona che ha esultato, in quel momento si immedesimava nei panni di chi lo ha ucciso e si è sentita un “giustiziere”. Crede che il punto principale di tutta la questione sia appunto la Giustizia o, meglio, la divisione tra il Bene e il Male.
Siamo nell’era del relativismo ormai, gli uomini sono per la maggior parte dei sofisti, anche i supereroi dei fumetti non sono più puri, ma sono stati destrutturalizzati, li hanno smembrati, hanno scavato nel profondo delle loro anime fino a mettere a nudo il loro dramma. Lo stesso Flaiano nel 1960 scriveva: “la Folla ormai adora soltanto se stessa. Vuole l’Eroe, ma gli chiede a garanzia un’assolutà mediocrità” Se dunque viviamo in un simile mondo, se pure gli eroi sono corrotti, noi a quale modello possiamo ispirarci? Non ci resta che imitare la mediocrità.
Di grandi uomini ce ne sono stati molti e di recente: Ghandi, Martin Luter King, Che Guevara, Allende e altri ancora; ma sono visti come astri lontani, irraggiungibili, dunque inutile sforzarsi di seguire le loro tracce, sono pochi quelli che non si arrendono nell’emularli. A proposito di grandi eroi o famosi condottieri del passato, i nostri scrittori si divertono (come accade per i supereroi) a mostrarne il lato debole ed umano.
Non si esalta più la grandezza, il coraggio, la determinazione, la virtù di un uomo, ma si celebrano i suoi difetti e se da una parte, forse ci sentiamo più affezionati a un Cesare o a un Napoleone meno personaggi e più umani, dall’altra ci vengono a mancare dei simboli. I simboli non sono fatti di difetti e debolezze, bensì da idee. Sinceramente non mi importa la vita personale di Garibaldi, Francesco Ferrucci o chi altro, bensì io voglio sapere i loro valori, i loro ideali. Nessun uomo può aspirare alla perfezione ma può consacrasi a qualcosa di nobile.
A questo punto vi starete domandando dove sia finita la questione delle emozioni, per cui faccio un breve sommario: l’uomo moderno è concreto, non gli importa degli ideali, sa che la perfezione non è umana e dunque non è interessato ad avere modelli supremi, egli vuole la realtà. La realtà è però in sé e per sé deludente e noiosa, dunque l’uomo moderno sente il bisogno di emozionarsi per sentirsi vivo (necessità che da sempre ci accompagna), dunque per catturare la sue attenzione i media lo bombardano di “emozioni” o di ciò che può suscitarle. La carta più efficace è la commozione per qualche tragedia. L’emozione però ci ferisce, ci fa piangere, ci duole, quindi il nostro inconscio crea pian piano uno scudo che le renda inefficaci. Noi continuiamo ad emozionarci, ma solo superficialmente, solo per un attimo e poi i drammi, e tragedie, ma anche le vittorie e le gioie, ci scivolano addosso e si allontanano e non riusciamo più a goderne, poiché non sono più radicate nel profondo.
Da qui nasce un popolo arido e spento, incapace di reagire, pronto ad accettare qualsiasi cosa, abituato a subire poiché incapace di indignarsi realmente.
Onar Aion (collaboratrice giornalino studentesco Cortocircuito)
Tags: bin laden, cortocircuito, emozioni, fiction, giornalino, omicidi, reggio, reggio emilia, scolastico, scuole, società, studentesco, superiori, televisone






























giugno 10th, 2011 at 22:29
Riflessione molto interessante!! Interessante davvero…