L’antipolitica di ieri
Ultimamente si fa un gran parlare di antipolitica, non sono affatto d’accordo: oggi giorno la gente è più impegnata politicamente (pure col proprio rifiuto dei partiti) che in passato.
L’antipolitica è stato quel male che ci ha investito negli scorsi anni, quando l’economia girava bene (almeno in apparenza) e dunque le persone non si interessavano di ciò che accadeva, lasciavano che tutto fluisse senza dir nulla, senza più sorvegliare l’operato dei politici che si sono resi conto di poter fare quel che volevano, purché la gente avesse il portafoglio discretamente pieno. Si sa, solo quando iniziano le ristrettezze, gli uomini cominciano ad indignarsi, protestare e pretendere serietà da chi li governa.
Prima si chiudeva un occhio, si guardavano le malefatte pure con aria bonaria; adesso, invece, siamo pieni di rabbia e abbiamo bisogno di sfogarla e, quindi, urliamo contro i partiti, contro i politici a destra e a sinistra, senza domandarci quale sia stato il nostro ruolo in tutto ciò.
Non sto dicendo che la crisi economica sia colpa nostra, di questa faccenda non voglio parlare perché occorrerebbe molto più tempo, spazio e competenze da parte mia. No. La nostra colpa è quella di essere stati indulgenti in passato e di aver creduto che la politica e lo stato fossero qualcosa di estraneo da noi. Per troppo tempo siamo rimasti a guardare le vicende politiche come se si trattasse di un film: noi non siamo spettatori delle attività dello stato, noi siamo attori!
Ora i partiti hanno iniziato a parlare di programmi, a rapportarsi con i cittadini come se si trovassero di fronte a un pubblico colto, esperto e consapevole della situazione e dei meccanismi vigente: grave errore. Loro hanno mostrato alla gente l’aspetto tecnico della politica, quello che compete loro, ma che annoia, confonde e disinteressa le persone. La maggior parte degli uomini non hanno né la voglia, né le competenze per ascoltare un discorso serio e ragionato: per attirare le masse non bisogna parlare ai loro cervelli, ma ai loro cuori.
Le persone hanno bisogno di un senso di appartenenza ad un gruppo, necessitano di aderire a un movimento per dare maggior forza alla propria identità: l’uomo trova ragione di sé stesso all’interno di un gruppo, di qualcosa più grande di lui.
Onar Aion (collaboratrice giornalino studentesco Cortocircuito)




























