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La realtà distorta e capovolta dai luoghi comuni

martedì, novembre 22nd, 2011

Per luoghi comuni spesso si intende “i giovani di oggi non sono come quelli di una volta” o “le donne non sanno guidare”. In questo articolo invece quando parliamo di luoghi comuni non ci riferiamo a queste stupide frasi fatte, ma ai luoghi comuni frutto di un’informazione distorta, che finisce spesso per capovolgere la realtà, offuscando i fatti ed i dati.

L’opinione pubblica risulta confusa da questo tornado mediatico formandosi opinioni del tipo “gli incidenti stradali mortali negli ultimi trent’anni sono aumentati”, “la maggior parte degli immigrati arriva in Italia via mare con i barconi” o “siamo tutti intercettati”. Queste sono solo alcune delle numerose risposte che abbiamo raccolto ponendo alcune semplici domande a qualche persona intervistata lungo la strada. Quasi sempre, la gente è sicura delle risposte che dà a questo genere di domande, non avendo alcun tipo di dubbio o di esitazione; invece spesso queste risposte sono sbagliate, a volte corrispondono addirittura all’opposto della realtà. Vediamo alcuni esempi.

Gli incidenti stradali mortali negli ultimi trent’anni sono aumentati o diminuiti in Italia? La risposta unanime è stata: “Aumentati!” Una ragazza ci ha spiegato meglio “sono aumentati a causa di alcool e droghe”. Sembra incredibile, ma la realtà è diversa: nel 1980 i morti sulle strade furono 8537, nel 2009 -nonostante l’aumento esponenziale delle auto- sono stati la metà.

E’ vero che la presenza di immigrati aumenta la delinquenza? ”Alla grande!”, così hanno esordito alcuni ragazzi intervistati che non sembrano avere dubbi sull’argomento. I dati però dicono altro: infatti, nonostante la presenza di immigrati in Italia negli ultimi 20 anni sia aumentata vertiginosamente e più di ogni altro Paese europeo (dal 1998 al 2008 la crescita è stata del 246%, fonte Istat), la delinquenza non è aumentata sostanzialmente. Un sondaggio Istat-Ministero degli Interni mostra che nel 2003 si sono commessi lo stesso numero di crimini del 1996 e nel 2007 il numero di reati è stato simile al 1991 continua a leggere …

A corto di emozioni

martedì, settembre 20th, 2011

“Siamo non solo a corto di idee, ma persino di emozioni. Deboli fantasie si formano nella nostra mente, e nessun fiato le agita, le gonfia, le fa vivere. Ci stiamo abituando a tutto. Ciò che succede è quanto possiamo ripetere, non ci serve altro.”

Altra citazione da Ennio Flaiano, scrittore ahimè poco noto, ma che già 60 anni fa aveva capito verso quale direzione ci stava e ci sta portando la società o, meglio, chi ha il potere.
Negli ultimi decenni, tra televisione e giornali, si è sempre cercato di colpire lo spettatore/lettore, di emozionarlo. Ciò che crea emozione è infatti, come sostiene Manfredi, quel che cattura l’attenzione poiché coinvolge, ci fa dimenticare per un attimo il nostro Io per farci sentire parte di un Noi collettivo dove la tragedia di una persona diviene la tragedia di ciascuno.

Questo è abbastanza accettabile finché si tratta di finzioni, di film o programmi televisivi, tuttavia cosa dire di quando la cronaca diventa fiction? La gente segue col fiato sospeso le indagini condotte dalla polizia, legge i quotidiani ma non le importano i fatti dell’omicidio, bensì la vita privata della vittima, le sue abitudini, le sue passioni, le sue aspirazioni, i suoi pregi e i suoi difetti. Questo tuttavia non basta, si vuole di più, vogliamo conoscere i suoi parenti, i suoi amici, il fornaio che le ha venduto una brioche prima della scomparsa, vogliamo le foto di quando era giovane, di quando era sul posto di lavoro e delle ultime vacanze.

Perché tutto questo? Perché un libro giallo, seppure di un eccellente autore, è meno interessante di un delitto compiuto? Perché siamo così assetati di notizie reali? Perché non ci basta sapere che una persona è morta e poi, in seguito, sapere chi è stato il colpevole? Perché vogliamo seguire col fiato corto le indagini? Per mancanza di emozioni. Per mancanza di fantasia.

A mio avviso molti uomini hanno perso la capacità di immaginare, di leggere un libro e considerarlo vero, benché invenzione dello scrittore. Una storia inventata ha forse meno valore di una realmente accaduta? Io dico di no, poiché accoglie comunque in sé i sentimenti e le passioni che albergano in ogni persona; poco importa il fatto, quel che conta è la sostanza, la ragione che ha messo in moto determinati eventi. Quando gli uomini erano in grado di accettare per vero, quanto invece ideato da un autore, per quel lasso di tempo necessario a lasciarsi emozionare, allora l’interesse per i delitti reali era meno morboso.

Bin Laden

Oggi giorno, invece, l’Italia è popolata da tanti San Tommaso che non credono più alle fiabe, ma solo a ciò che è reale, unicamente ciò che è tangibile ha valore, per cui è capace di farsi emozionare solo da delitti veri. E cosa si intende per “veri”? Basta avere un cadavere reale? No, si vogliono i dettagli, si vuole sapere tutto, vogliamo in un certo senso assicurarsi che la vittima fosse una persona normale, come tutti noi. E perché questo?

L’unica risposta che sono riuscita a darmi è la seguente: si cerca la normalità dell’ucciso perché si vuole essere certi della malvagità del colpevole. Se, infatti, si venissero a scoprire dettagli loschi sulla vita del morto, allora si potrebbe anche iniziare a pensare che l’assassino avesse le sue buone ragioni, che la vittima se l’era andata a cercare, che, anzi, forse si meritava quella fine. Se, invece, siamo certi della purezza, limpidezza della vita della vittima, allora possiamo scagliarci senza preoccupazione in ingiurie e le più basse espressioni d’odio verso lo sciagurato assassino.

Leggendo molti commenti sui quotidiani online o sui social network, mi sono stupita e anche spaventata nel leggere di quanto odio, ira e violenza sono capaci gli “innocenti” che spesso si dimostrano più efferati dei colpevoli. Spesso non si tratta di invocare la giustizia, bensì una vendetta (sarà che agli uomini manca la medievale caccia alle streghe con le torce e i forconi). Perché tanta violenza?

Una volta ritenevo che l’accanirsi, anche solo a parole, contro un delinquente, fosse una pura forma di laica assoluzione di sé stessi continua a leggere …