Video-inchiesta: il Parmigiano Reggiano grazie agli indiani

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L’intera filiera produttiva del Parmigiano Reggiano, simbolo di Reggio Emilia nel mondo, oggi è quasi esclusivamente nelle mani degli immigrati, in particolare indiani.
Siamo andati ad intervistare Graziano Salsi, Presidente della cooperativa CILA di Novellara, una delle più grandi aziende agricole di allevamento di bovini dell’Emilia Romagna e uno dei lavoratori indiani di questa cooperativa.

Il video mostra l’integrazione economica e culturale della comunità indiana che vive e lavora nella bassa reggiana. Un valido esempio è il tempio indiano Sikh di Novellara (RE), il più grande in Italia e il secondo in Europa.
Questo cortometraggio è stato realizzato in collaborazione con il Comune di Reggio Emilia nell’ambito del progetto europeo SPARDA, che ci ha permesso di vedere la nostra città sotto un’altra prospettiva. L’inchiesta è stata realizzata da Mariangela Santucci, Chiara Cigarini ed Elia Minari.

La Redazione del giornalino studentesco Cortocircuito

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Vedi anche:

Noborder, senza confini: il nostro cortometraggio sull’immigrazione (partendo dai luoghi comuni)
Il futuro del Parmigiano Reggiano è in mano ai Sikh (articolo)
Malainformazione: i luoghi comuni dell’informazione, ovvero la scomparsa dei fatti (video)
Stranieri vittime dell’ignoranza (articolo)

(15 Dicembre 2011)

4 nuovi video per la legalità, contro le mafie

Pubblichiamo quattro video che documentano alcune attività da noi recentemente realizzate:

Il primo video documenta alcuni estratti dell’incontro pubblico del 29 Novembre 2011 ad Albinea (RE) con Nicola GratteriProcuratore aggiunto della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ed Antonio Nicasostudioso e scrittore, nonché uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta a livello internazionale.
Nel video il Procuratore Gratteri spiega, portando il chiaro esempio di un supermercato della ‘ndrangheta, di come “le mafie non producano ricchezza e neppure lavoro“. Inoltre il Prof. Nicaso ci mette in guardia: “in Italia le mafie non le abbiamo mai combattute, perché non abbiamo mai voluto combatterle”, abbiamo combattuto solo la “macelleria criminale”, i poveracci, aggiungendo “chi ancora può credere che il capo della mafia sia Totò Rina o Bernardo Provenzano? .. se questi fossero stati i capi della mafia li avremmo già distrutti da tanto tempo”.
Inoltre chiariscono “i mafiosi quando sono venuti al nord sono entrati in certi ambiti perché qualcuno ha aperto loro la porta, perché qualcuno non ha saputo dire no ai soldi e ai voti delle mafie”.
L’incontro è stato introdotto da Elia Minari del Giornalino studentesco Cortocircuito e dei “Giovani a Reggio Emilia contro le mafie”. Noi continueremo a combattere le mafie prendendo parola e utilizzando lo strumento della cultura, unica pistola sfuggita dalle mani della mafia.

Il secondo video: brevi discorsi improvvisati di Nuccia Ciambrone ed Elia Minari per presentare le attività dei “Giovani a Reggio Emilia contro le mafie” e del Giornalino studentesco Cortocircuito, in occasione della serata “In-patto” del 5 Novembre 2011 in piazza Martiri del 7 Luglio a Reggio Emilia. Evento organizzato insieme al gruppo “Quanto Basta”.

Il terzo video è l’intervista -da noi realizzata- al magistrato Piercamillo Davigoex pm del pool “Mani Pulite” e uno dei massimi esperti di corruzione. Attualmente è Giudice alla Corte Suprema di Cassazione.

Infine, il quarto, è un video shock: dopo aver inaugurato la targa in memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ai Giardini di Reggio Emilia, ci si avvicina un ragazzo originario della Sicilia che ci dice “Provenzano faceva lavorare i giovani, faceva solo appalti.” Ma la realtà è molto diversa… Come ci ha spiegato più volte il Procuratore Antimafia di Reggio Calabria Gratteri, nella mafia -se si entra poveri- se ne esce morti o morti di fame. Inoltre la mafia quando ti dà un lavoro ti toglie tutto il resto: i diritti, e soprattutto la dignità.

Tutte le riprese sono state fatte da Federico Marcenaro del Giornalino studentesco Cortocircuito.

La Redazione di Cortocircuito

 

(11 Dicembre 2011)

La realtà distorta e capovolta dai luoghi comuni

Per luoghi comuni spesso si intende “i giovani di oggi non sono come quelli di una volta” o “le donne non sanno guidare”. In questo articolo invece quando parliamo di luoghi comuni non ci riferiamo a queste stupide frasi fatte, ma ai luoghi comuni frutto di un’informazione distorta, che finisce spesso per capovolgere la realtà, offuscando i fatti ed i dati.

L’opinione pubblica risulta confusa da questo tornado mediatico formandosi opinioni del tipo “gli incidenti stradali mortali negli ultimi trent’anni sono aumentati”, “la maggior parte degli immigrati arriva in Italia via mare con i barconi” o “siamo tutti intercettati”. Queste sono solo alcune delle numerose risposte che abbiamo raccolto ponendo alcune semplici domande a qualche persona intervistata lungo la strada. Quasi sempre, la gente è sicura delle risposte che dà a questo genere di domande, non avendo alcun tipo di dubbio o di esitazione; invece spesso queste risposte sono sbagliate, a volte corrispondono addirittura all’opposto della realtà. Vediamo alcuni esempi.

Gli incidenti stradali mortali negli ultimi trent’anni sono aumentati o diminuiti in Italia? La risposta unanime è stata: “Aumentati!” Una ragazza ci ha spiegato meglio “sono aumentati a causa di alcool e droghe”. Sembra incredibile, ma la realtà è diversa: nel 1980 i morti sulle strade furono 8537, nel 2009 -nonostante l’aumento esponenziale delle auto- sono stati la metà.

E’ vero che la presenza di immigrati aumenta la delinquenza? “Alla grande!”, così hanno esordito alcuni ragazzi intervistati che non sembrano avere dubbi sull’argomento. I dati però dicono altro: infatti, nonostante la presenza di immigrati in Italia negli ultimi 20 anni sia aumentata vertiginosamente e più di ogni altro Paese europeo (dal 1998 al 2008 la crescita è stata del 246%, fonte Istat), la delinquenza non è aumentata sostanzialmente. Un sondaggio Istat-Ministero degli Interni mostra che nel 2003 si sono commessi lo stesso numero di crimini del 1996 e nel 2007 il numero di reati è stato simile al 1991 continua a leggere …

La notizia dell’assoluzione del senatore Andreotti mi riempie di gioia

Dopo aver parlato della malainformazione, averne spiegato i meccanismi che vi sono alla base e aver elencato alcuni clamorosi luoghi comuni che ne sono derivati (vedi qui), analizziamo un caso emblematico di malainformazione. Si tratta di una vicenda di cui tutti dovrebbero essere a conoscenza, ma purtroppo non è così. Stiamo parlando di uno dei più importanti e longevi politici italiani, il sette volte Presidente del Consiglio e attuale senatore a vita Giulio Andreotti.

Il 15 ottobre 2004 la Corte di Cassazione pronuncia l’ultima parola sul processo a carico di Andreotti, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa dalla Procura di Palermo. L’ultimo grado di giudizio non fa altro che confermare la sentenza di appello del 2 maggio 2003:

La corte […] dichiara non doversi procedere nei confronti dello stesso Andreotti in ordine al reato di associazione per delinquere, […] commesso fino alla primavera del 1980, per essere lo stesso reato estinto per prescrizione.

Il testo è inconfutabile, di una chiarezza cristallina. Andreotti non è stato assolto. Il più volte presidente del Consiglio ha commesso il reato di associazione per delinquere fino alla primavera del 1980, solo che dopo 23 anni non è più punibile. Non passa molto tempo che scatta l’orgia delle dichiarazioni dei politici e questa semplice verità è soffocata dalla parole. Siamo andati a ripescare alcune dichiarazioni rilasciate all’agenzia Ansa quel giorno:

La notizia dell’assoluzione del senatore a vita Giulio Andreotti mi riempie di gioia anche se non mi coglie di sorpresa, perché da sempre sono stato convinto assertore della sua innocenza. Clemente Mastella

Mi sembra una buona notizia, mi fa molto piacere. Romano Prodi

Desidero esprimere al presidente Andreotti affettuosa solidarietà. Finisce un’odiosa persecuzione. Francesco Storace continua a leggere …

Intervista a Manfredi Borsellino, figlio di Paolo Borsellino

Manfredi Borsellino con il padre e la madre

Manfredi Borsellino è figlio del noto magistrato Paolo Borsellino, ucciso con un’auto esplosiva il 19 Luglio 1992 a Palermo.
Quando Paolo Borsellino, ora simbolo mondiale della lotta contro le mafie, saltò in aria in via D’Amelio il figlio Manfredi aveva 21 anni. Manfredi Borsellino, attualmente Commissario di Polizia di Cefalù (Palermo), sta continuando a servire lo Stato, come fece il padre fino alla morte. Lo abbiamo contattato telefonicamente per un’intervista.

– Dopo la strage di Capaci nel ‘92, il Giudice Borsellino confessò ad Antonio Ingroia che si sentiva invecchiato di 10 anni in pochi giorni. Uno stato d’animo di cui la famiglia ebbe modo di accorgersi?

Dopo la morte di Falcone mio padre cambiò. Prima era una persona estremamente divertente, con un umorismo abbastanza spiccato: non amava prendersi sul serio e scherzava anche sulle cose più drammatiche. Dopo la strage di Capaci invece si chiuse un poco in se stesso e gradualmente, quasi a presagire la tragedia, si allontanò dalla famiglia. Fu da parte di mio padre un’operazione molto sottile. Era talmente preparato all’eventualità di essere, da un momento all’altro, vittima di un attentato che voleva prepararci al periodo successivo alla sua eventuale morte.

– Lei questo quando lo comprese?

Noi lo capimmo soltanto dopo la morte di mio padre, infatti in quei famosi 57 giorni (tra l’attentato a Falcone e quello a Borsellino, ndr) io e le mie sorelle non comprendevamo questo atteggiamento di mio padre. […] Invece oggi siamo grati a mio padre per aver fatto in modo che noi potessimo, non solo accettare la sua morte violenta e improvvisa, ma fossimo anche preparati a sostenere tutte le difficoltà, tutti gli assalti anche indiscriminati dei mass media e dell’opinione pubblica dopo la sua morte. Malgrado io e le mie sorelle fossimo abbastanza giovani, io avevo appena 21 anni quando mio padre ci lasciò, ci ritrovammo delle persone molto più adulte dell’età che avevamo.

– Le facciamo una domanda molto “difficile”, secondo lei suo padre poteva essere salvato?

Si, credo che si poteva evitare. Si sapeva che la prossima vittima designata, dopo l’attentato a Giovanni Falcone, era mio padre. Quindi lo Stato era nelle condizioni di salvare mio padre, costringendolo o indulgendolo ad allontanarsi da Palermo con la famiglia in quei giorni drammatici successivi la strage di Capaci. Invece non arrivò nessun segnale da parte del Governo di allora. […] E’ mia personale convinzione che se mio padre fosse stato costretto, anche contro la sua volontà, ad allontanarsi da Palermo per raggiungere una località segreta, determinati scenari sarebbero mutati velocemente e mio padre probabilmente non sarebbe stato assassinato. Però purtroppo con i se non si può cambiare il corso della storia.

– Lei ha studiato legge ed è oggi Commissario di Polizia. Quanto ha influito nella sua scelta il fatto di essere figlio di Paolo Borsellino?

Mio padre è stato magistrato, mio nonno materno è stato magistrato, mio bisnonno è stato un giudice militare: una certa aria di giustizia e di legge l’ho respirata fin da bambino. Ho voluto continuare questa strada familiare, anche se con un incarico diverso, poiché credo tantissimo nei valori della giustizia e dell’onestà. Amo a dismisura la mia terra e la città in cui vivo, ho il dovere di fare di tutto per cambiarla in meglio. Indubbiamente la scelta del lavoro è stato influenzata anche dal fatto che mio padre era quasi sempre circondato da poliziotti di scorta o da carabinieri o finanzieri che lo aiutavano nell’attività investigativa, per cui sono sempre stato attratto dal lavoro svolto da questi validissimi collaboratori di mio padre. continua a leggere …

Intervista a Roberto Scardova del Tg3

 

 

Scardova da noi intervistato

Roberto Scardova è vice caporedattore e inviato speciale del Tg3 nazionale. Nel corso della sua attività professionale si è dedicato agli avvenimenti che hanno segnato la recente storia italiana, temi sui quali ha condotto numerose inchieste per il Tg3 e la rubrica Primo Piano. Per lungo tempo è stato inviato in Afghanistan. Scardova è stato anche il primo giornalista italiano a raggiungere la centrale nucleare di Chernobyl dopo l’incidente al reattore numero 4. Ha curato i servizi, sempre per il Tg3, sull’assassinio in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin sin dal giorno della loro morte.

– Secondo lei dall’Afghanistan abbiamo sempre avuto un’informazione corretta? Ci è sempre stato raccontato tutto?

Fin dai tempi della guerra condotta in Afghanistan dall’Unione Sovietica l’informazione ha avuto delle grosse lacune, aumentate poi in particolare quando si è cercato di giustificare l’attacco che gli Stati Uniti imposero all’Afghanistan, in seguito all’attentato dell’11 Settembre alle famose torri gemelle di New York. In quell’occasione il motivo ufficiale dell’attacco degli Stati Uniti all’Afghanistan era isolare Bin Laden, in realtà poi si è scoperto che nessuno ha davvero cercato Bin Laden, tutti sapevano che Bin Laden era nascosto in certi luoghi dove le bombe e i bombardieri americani non sono mai arrivati. Tutti hanno poi saputo che Bin Laden si nascondeva in Pakistan: il Pakistan è uno dei principali alleati degli Stati Uniti d’America, ma anche questo non è mai stato detto.

Inoltre non si è mai detto che la guerra in Afghanistan è una guerra condotta contro una popolazione civile miserrima, di disgraziati, di poveretti che non hanno da mangiare, non hanno di che sfamarsi. I bombardamenti prima russi, poi americani e ora anche i talebani prima di tutto hanno distrutto le dighe, le risorse idriche, le centrali elettriche: vivere in Afghanistan era un inferno. Chi di noi (giornalisti, ndr) è andato in Afghanistan ha cercato di spiegare che più che la guerra bisognava portare la pace e ricostruire questo paese per avere un minimo di credito da parte dell’Occidente, questo purtroppo non è mai stato sottolineato abbastanza. continua a leggere …

Cosa ti aspetti dal mondo del lavoro?

Abbiamo realizzato un video con alcune brevi interviste ai giovani della nostra città sulle loro aspettative dal mondo del lavoro.

Il video è stato progettato per il convegno “Career Opportunities – Giovani e lavoro a Reggio Emilia” che si è tenuto il 6 dicembre 2010 nell’Aula Magna dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

La Redazione di Cortocircuito

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(30 novembre 2010)

4 chiacchiere con 4 immigrati

Dopo aver intervistato qualche nostro coetaneo sul tema dell’immigrazione e aver poi verificato che i fatti ed i dati oggettivi sono molto distanti dai più diffusi “luoghi comuni” in materia (vedi qui la video-inchiesta), abbiamo fatto qualche domanda direttamente a loro, agli immigrati, per conoscerli meglio. Abbiamo realizzato più di dieci interviste, qui ne proponiamo alcune.

 

Izuorah Francis Ikwunngbd da noi intervistato

Come si chiama? Izuorah Francis Ikwunngbd

Qual è il suo paese d’origine? Nigeria

Come si trova in Italia ed in particolare a Reggio Emilia? Tutto è molto difficile per gli stranieri, non solo qui a Reggio, è molto dura per gli stranieri, non va tutto così bene. Io sono nigeriano, ma ci sono tanti italiani in Nigeria impegnati per il petrolio, che cercano un contratto nell’estrazione del petrolio, non trattano bene i Nigeriani, questo non va bene. Non so come mai molti italiani sono così razzisti.

Lei quindi pensa che gli italiani siano razzisti? Si, si, si la maggior parte sono razzisti, gli italiani quando viaggiano amano gli stranieri, ma quando non viaggiano non gli piace vederli, quando le persone vedono questo colore nero non gli piace, perché? Non siamo degli esseri umani? Siamo degli esseri umani, ma siamo di colore, voi odiate le persone di colore.

In particolare per il lavoro, è dura? Non c’è lavoro per nessuno ora, è molto dura, sono da sei mesi senza lavoro. Io sono laureato, sono ingegnere ma mi dicono di tornare a scuola per tre anni, ho cinquant’anni non sono un bambino, ho quattro bambini; come posso andare a scuola? C’è il problema della lingua scritta, qui in Italia non capiscono l’inglese, come possiamo migliorare noi stranieri, come possiamo migliorare se non capiscono l’inglese. Negli altri paese parlano inglese.

Da quanto tempo vive qui, a Reggio Emilia? Questo è il mio ottavo anno qui a Reggio Emilia.

Ed in Italia? Si, in Italia non sono stato da nessun altra parte, sono venuto dalla Nigeria direttamente a Reggio Emilia, ho iniziato a lavorare nell’Ottobre del 2002 e solo da sei mesi non ho lavoro, tutti gli stranieri non hanno un lavoro, perché?  Non sappiamo cosa fare, preghiamo Dio affinché tocchi il cuore dei governanti dell’Italia, le cose devono cambiare, vogliamo tornare a lavorare, questa è la nostra richiesta, la richiesta di tutti noi stranieri a Berlusconi, Fini e compagnia, …e Bossi. Devono cambiare l’economia di questo paese, così possiamo tornare a lavorare, ho bisogno di lavorare, ho quattro figli di cui tre vanno all’università, ho comprato una casa come posso pagarla? Come posso pagare la scuola dei miei figli? Come posso mantenere mia moglie? Così non va bene.

La regolarizzazione è difficile? Per la regolarizzazione è troppo difficile, è brutale, così non va bene.

Nel suo caso com’è andata la regolarizzazione? Non bene. Ho comprato una casa come faccio a pagarla? Ho fatto un mutuo in banca, come faccio a pagarlo senza lavoro?

Come è arrivato in Italia, via mare? No, non sono arrivato via mare, ma con l’aereo.

Cosa chiederebbe allo Stato italiano per gli immigrati? Chiedo al Governo di aiutare gli immigrati, perché siamo innanzitutto un’opportunità, come quando gli italiani immigravano in un altro paese.

Quindi lei chiede, in particolar modo, di considerare gli immigrati? Devono considerare gli immigrati, i paesi che non accolgono gli immigrati non raggiungono degli obbiettivi. Se lei va in America, Gran Bretagna, Francia, Germania, gli immigrati lavorano. Senza immigrati non si ottengono miglioramenti, …mi capisce, no? Questo è quello che voglio chiedere all’Italia, stiamo pregando affinché Dio tocchi il cuore di Berlusconi, Fini e Bossi, affinché l’economia di questo paese possa cambiare e migliorare, vogliamo tornare a lavorare, questo è ciò che vogliamo.

Le piacerebbe diventare cittadino italiano? No, non mi piacerebbe diventare cittadino.

Perché? Perché sono di colore e gli italiani non amano le persone di colore.

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Carlos Henrique Pereira da noi intervistato

Come si chiama? Carlos Henrique Pereira de Santa Rosa

Qual è il suo paese d’origine? Brasile

Come si trova in Italia ed in particolare a Reggio Emilia? Bene, sono qua da otto anni e posso dire di non aver avuto dei grossi problemi.

Si è sentito ben accolto dai reggiani? Dai reggiani di pianura si, in montagna c’è un po’ di discriminazione nei confronti degli immigrati.

Per il lavoro è stato facile o ha riscontrato delle difficoltà? No, da otto anni che sono in Italia non ho mai smesso di lavorare. Posso dire di essere stato fortunato perché con la crisi molti hanno perso il lavoro. Però sul posto di lavoro c’è discriminazione: a noi immigrati, rispetto agli italiani, fanno sempre fare i lavori più faticosi (spostare la roba più ingombrante, fare lo sforzo fisico più grosso,…). Però questa non dico che sia una cosa così grave, uno che esce da casa sua e va a casa degli altri per lavorare deve fare uno sforzo per adattarsi. Credo che una volta che uno è più integrato sia trattato anche meglio.

Ha dovuto anche far dei lavori duri quindi? Anche adesso li faccio. Ora, per esempio, sono in malattia perché continua a leggere …

Un tè con il sindaco Delrio

Recentemente abbiamo avuto il piacere di intervistare Graziano Delrio, sindaco di Reggio Emilia. E’ stata un’occasione per rivolgergli alcune domande su svariati temi e problemi inerenti la nostra città, riguardanti noi giovani e non solo.

1) C’è più di un sospetto che, dietro ai “bravi ragazzi” che frequentano Casa Pound, ci sia un’organizzazione legata a movimenti reazionari e neofascisti. Il fascismo, come tutti sappiamo, è bandito dalla Costituzione Italiana. Com’è quindi possibile che questi centri possano operare liberamente nella nostra città?

“Noi difendiamo la nostra democrazia solo se riusciamo ad essere molto attenti alle libertà individuali, come la libertà di espressione e di opinione, la libertà di stampa e di associazione. Questo è quanto afferma la Costituzione, ovviamente tutte le volte che ciò non assume rilevi penali. Se si accetta invece il limite della censura delle idee, allora si accetta che questo limite, domani, possa capitare a tutti noi. Certo, non sono felice del fatto che Casa Pound rincorra un pensiero fascista. E credo ci sia una certa ipocrisia, oltretutto, perché lo fa, senza dirlo esplicitamente. Ma non mi sembra ci siano elementi legali per chiudere Casa Pound. Non sono disponibile a tollerare l’avanzata strisciante delle idee di razzismo, come delle idee di fascismo, e vorrei che le gente reagisse ad atteggiamenti anticostituzionali. Occorre vigilare e la migliore difesa sono i giovani che prendono parola per i diritti di tutti. La miglior difesa è la reazione della città, sono i viaggi della memoria, gli anziani che raccontano cosa è successo qui. Vedete, la libertà di espressione è un diritto insito nelle persone, come ogni altro diritto. E’ un diritto originario, non viene “concesso” dall’alto, bensì “riconosciuto” dalla nostra Repubblica. Questa è la differenza sostanziale rispetto allo stato fascista, che invece annulla i diritti individuali e “concede” le libertà.”

2) Alcuni gruppi giovanili agiscono ancora impuniti sul territorio comunale: imbrattano e rovinano monumenti ed edifici pubblici, non rispettano le più semplici norme morali e sociali, sembra che i giri di droga non siano cosa nuova all’interno delle loro sedi e sono infine esenti dal pagare le tasse. Perché queste persone rimangono tutt’oggi ancora impunite?

“Se esistono problemi di questo tipo, non si tratta di avere “tolleranza zero” o di avere tolleranza, ma di applicare le leggi. E se le leggi non sono adatte, vanno cambiate. Se c’è spaccio di droga e per lo più in un luogo frequentato, la polizia deve intervenire.  Invocare le leggi, vuol dire anche, come è accaduto ieri, che, in base al Decreto Maroni, sono state denunciate tre ragazze di quindici anni per aver imbrattato i muri e per essere state trovate con le bombolette in mano.”

3) Visti i due esempi negativi di aggregazione giovanile, messi anche in luce nelle precedenti domande, sentiamo forte l’esigenza di avere uno spazio per i giovani. Più precisamente di una struttura polivalente che favorisca l’aggregazione tra i ragazzi della nostra città; dove ci si possa confrontare su tematiche e problematiche giovanili. Dove i ragazzi della nostra età possano fare o ascoltare musica, leggere un buon libro, discutere di problemi sociali e d’attualità o semplicemente incontrarsi, senza essere per forza sottoposti alle “leggi del mercato”. Un centro che abbia anche un collegamento con il volontariato sociale. Ci sarebbe particolarmente bisogno di un posto in cui organizzare degli incontri tematici,  per informare e sollecitare il confronto tra i giovani, che purtroppo vengono costantemente e quotidianamente minati dai messaggi dei mass media, da trasmissioni televisive fuorvianti che addormentano le loro coscienze e che danno un’immagine dell’esistenza totalmente egocentrica ed edonista.

“Premettendo che l’iniziativa da parte di un gruppo di giovani è lodevole, non avrei assolutamente nulla in contrario affinché si concretizzi la creazione in città di uno spazio del genere. Già la Gabella, di proprietà del Comune, ma gestita da un’associazione di giovani, è nata così nel 2005, in seguito al Piano giovani locale e alla volontà di creare un luogo di confronto diverso dal solito. Qui anche voi avete un punto di riferimento. Sia chiaro, non esiste da parte mia la volontà di creare spazi di divertimento per i giovani. Il Comune non ha il compito di creare divertimentifici. Eventualmente la missione del Comune è di creare dei luoghi in cui vengono gestiti responsabilmente, sotto alcuni parametri, degli spazi che possono diventare un luogo di aggregazione. Dobbiamo cercare di essere al fianco di chi ha voglia di mettersi in gioco per costruire un senso di appartenenza alla città, pur con i pochi mezzi che abbiamo.”

4) Il Governo ha appena approvato l’articolo 23 bis del Decreto legge 112 di Tremonti che in pratica sancisce la “privatizzazione”, o meglio liberalizzazione, dell’acqua pubblica. Tale Decreto prevede la sottomissione alle regole dell’economia capitalistica della gestione dei servizi idrici comunali, in questo modo l’acqua potrebbe non essere più un bene pubblico, poiché sarà gestita principalmente (esattamente per il 70%) da multinazionali private. Quelle stesse multinazionali che attualmente gestiscono le acque minerali. A Latina, ad esempio, e’ già stato deciso dall’azienda Veolia, a cui è stata affidata la gestione dell’acquedotto comunale, un aumento del 300 per cento delle bollette. Come intende contrastare, se è nelle sue possibilità di sindaco, tale sciagurata decisione?

“Il Decreto porta con sé, direttamente o indirettamente, alcuni effetti dannosi: per la gestione dei servizi idrici, come avete detto, la legge costringe le municipalizzate a far scendere  la quota di partecipazione degli enti pubblici sotto il 30% e a partecipare a una gara pubblica per ottenere le concessioni. I Comuni mantengono comunque al 100% la proprietà delle reti su cui scorre l’acqua e perché sono loro a determinare le tariffe, quindi il costo del servizio per i cittadini. L’errore del Decreto è nel fatto che l’ente pubblico ha un controllo solo parziale sulla gestione del servizio. Per recuperare su questo fronte, occorre che le municipalizzate siano tanto preparate e tanto competitive, da partecipare con successo alle gare e vincere le concessioni. La fusione tra la municipalizzata emiliana Enìa con Iride di Genova e Torino è finalizzata anche a dare vita a un’azienda con le spalle forti, in grado di confrontarsi  con altre grosse aziende. L’ottica del Decreto è di creare concorrenza tra più offerte, ma nei servizi pubblici io credo che la soluzione dei problemi non sia nella liberalizzazione. Quanto alla tariffa, non va bene se è troppo alta, ma nemmeno se è troppo bassa. La tariffa serve a compiere i necessari investimenti sulla rete: l’acqua è un bene comune, deve raggiungere tutti e non deve essere sprecata.  Ci sono Comuni in Italia che hanno la tariffa bassa, ma gli acquedotti sono obsoleti e ne sprecano molta. A Reggio, ad esempio, impiegheremo parte delle risorse ottenute con la tariffa ad aprire  altre 5 o 6 fontane pubbliche, dove riempire gratuitamente le bottiglie di acqua minerale o gassata dell’acquedotto, diffondendo il consumo a tavola di acqua del rubinetto e riducendo il consumo di plastica.”

5) Che cosa è il progetto di sicurezza integrata del Comune di Reggio? Ma soprattutto, secondo lei, Reggio è una città sicura?

“La mia risposta è: sì, Reggio è una città sicura. Non è esente da fenomeni di criminalità, ma se guardate le statistiche del Ministero degli Interni sui reati commessi, Reggio è più sicura di tante altre città analoghe, Parma, Modena, Varese, Verona… Vorrei chiarire una cosa, comunque. Il controllo della sicurezza e dell’ordine pubblico è compito della Prefettura, quindi dello Stato, non dei Sindaci. A volte sembra che la sicurezza sia compito dello Stato a Milano, e del Sindaco a Reggio Emilia! C’è un luogo dove si concertano alcune azioni per l’ordine pubblico della città ed è il  “Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica” convocato dal Prefetto: vi partecipano il Sindaco, il Questore, il Capo dei Carabinieri, della Finanza, i vertici delle forze dell’ordine, e con il Prefetto si  decidono i pattugliamenti e la distribuzione degli uomini sul territorio. Il Comune partecipa per quanto di competenza e collabora affinché ci sia più polizia in giro nelle ore difficili: ad esempio, mette a disposizione due pattuglie dei vigili urbani di notte – siamo l’unica città in regione insieme con Bologna – per presidiare traffico e rilevare incidenti, in modo che le forze dell’ordine possano dedicarsi alla sicurezza. Le forze dell’ordine ci dicono che Reggio è una città sicura rispetto ad altre città con le stesse caratteristiche. Questo non vuol dire che qualsiasi reato non sia  un fatto grave. Lo scippo ai danni di  un anziano, ad esempio, è un fatto gravissimo per la persona che lo subisce e che poi non si sentirà più sicura. Quanto al progetto di sicurezza integrata del Comune, significa che i cittadini partecipano alla sicurezza del loro territorio, alla coesione tra le persone che lo abitano e che collaborano ad animare il quartiere, ad aumentare la percezione di sicurezza, come stiamo facendo nella zona della stazione.”

6) A proposito della grande crisi economica che in questi ultimi due anni sta investendo il mondo intero, che prospettive si profilano per il Comune di Reggio Emilia ed i suoi lavoratori? Come pensa bisognerebbe intervenire per uscire da questa situazione critica?

La situazione è grave e nel corso del 2010 peggiorerà. In alcune scuole materne della città esistono già realtà molto preoccupanti: in particolare esiste una scuola materna in cui l’80% delle famiglie non riesce ormai più a pagare le rette. Abbiamo tantissimi  bambini che aspettano il pranzo o la merenda delle scuole materne per mangiare davvero. A Reggio la crisi ha investito i due settori principali dell’economia reggiana: quello edilizio e quello meccanico, nel quale si sono verificati cali del fatturato del 60%. Una via per uscire da questa crisi è innovarsi, rivolgersi verso nuovi settori e creare nuovi mercati di lavoro che possano sostenere efficacemente l’economia. L’economia infatti si muove con la tecnologia. Basta vedere ciò che Microsoft ha fatto in America. Il futuro è l’economia della conoscenza, e da quando sono in carica mi sono preoccupato di incentivare lo sviluppo di questi nuovi settori.”

7) Considerando la sempre più ampia rete di interessi mafiosi nella finanza, in attività edilizie e soprattutto attraverso ricambi di denaro nel Nord, Reggio Emilia può dichiararsi immune? Cosa fa il Comune di Reggio, in concreto, per impedire infiltrazioni malavitose?

“Le inchieste della Direzione regionale Antimafia, ci dicono che anche Reggio Emilia è una delle città in cui la ‘Ndrangheta ricicla denaro, anche se meno che a Parma e a Modena. Il tema è serio e mi fa molto piacere l’iniziativa del 1° Marzo sulla legalità. La ‘Ndrangheta ricicla denaro in modi incredibili, come avete visto dall’inchiesta su Fastweb e Telecom: si muove con avvocati, commercialisti, professionisti e in modi simil leciti. Fa affari dove si spaccia droga e a Reggio purtroppo il consumo di droga è alto. Ma non si infiltra dove ci sono tessuti civili, dove ci sono sindacati, associazioni di categoria, lotta all’evasione e al lavoro nero, controlli serrati. Dobbiamo prima di tutto stare al fianco di coloro che si impegnano contro la mafia in  Sicilia e in Calabria. La loro è una lotta di liberazione vera, perché la mafia toglie lavoro, toglie futuro, toglie alla pubblica amministrazione la capacità di lavorare, di fare le strade, la sanità, le scuole. In secondo luogo dobbiamo mantener vigile il nostro senso civico e denunciare tutte le forme che ci sembrano borderline, i guadagni troppo facili. Essere trasparenti. Facilitare i controlli. Potenziare l’intelligence della Guardia di Finanza. Come Amministrazione stiamo mettendo tutti i nostri appalti on line. Ma è l’impegno civile che permette di resistere. La fiducia è riposta in voi giovani, nuovi partigiani del secolo.

La Redazione di Cortocircuito

(28 Marzo 2010)